Karl Marx sviluppa la sua visione rivoluzionaria partendo da una critica alle idee dei filosofi che lo avevano preceduto. Si distacca da Hegel, perché anche se apprezza la sua idea che la storia sia un processo di cambiamento e di lotta tra opposti, rifiuta la visione troppo astratta e lontana dalla realtà concreta. Anche nei confronti di Feuerbach, Marx prende le distanze: riconosce che ha avuto il merito di riportare l’attenzione sull’uomo come essere reale e sensibile, ma lo critica perché non propone un cambiamento pratico della società.
Inoltre, Marx si oppone ai socialisti francesi, che considera borghesi e utopisti, perché le loro idee non si basano su un’analisi scientifica dell’economia. Da qui nasce il suo socialismo scientifico, che vuole studiare la realtà materiale per trasformarla in modo concreto. Nel “Manifesto del partito comunista”, Marx dichiara il suo obiettivo principale: abbattere il dominio della borghesia e creare una società senza classi, in cui tutti siano uguali e liberi dallo sfruttamento.
Marx approfondisce poi il tema dell’alienazione e formula la teoria del materialismo storico. Secondo lui, l’operaio nella società capitalistica è alienato in quattro modi: rispetto al prodotto del suo lavoro, rispetto all’attività che svolge, rispetto alla propria essenza umana e rispetto agli altri uomini. Per superare questa situazione, bisogna eliminare la società borghese e costruire una società comunista, dove non esistano più la proprietà privata e la divisione in classi. Con il materialismo storico, Marx afferma che la storia è guidata dai fattori materiali, cioè dalle condizioni economiche e produttive che formano la struttura della società. Da questa struttura nasce la sovrastruttura, che comprende la cultura, le leggi e le idee, e che serve a difendere gli interessi della classe dominante. Quando le forze produttive cambiano e non corrispondono più ai vecchi rapporti di produzione, nasce un conflitto di classe che porta a una trasformazione della società e all’affermazione di una nuova classe.
Analizzando il sistema capitalistico, Marx afferma che tutto si basa sulla merce, e che anche l’operaio è diventato una merce, poiché appartiene al capitalista e lavora in cambio di un salario. Ogni merce ha due valori: il valore d’uso, cioè l’utilità, e il valore di scambio, cioè quanto vale sul mercato. Il lavoratore produce però più valore di quanto riceva come salario, e questa differenza si chiama plusvalore, che diventa il profitto del capitalista. Il sistema capitalistico, però, contiene delle contraddizioni interne: l’aumento della produttività grazie ai macchinari porta da un lato i lavoratori ad avere un lavoro sempre più monotono e ripetitivo, e dall’altro i capitalisti a subire una diminuzione del loro profitto. Queste contraddizioni generano il conflitto di classe, e l’unica soluzione, secondo Marx, è una rivoluzione sociale che porti alla nascita di una società comunista. In questa nuova società non esiste più lo Stato, viene abolita la proprietà privata e scompare la divisione in classi, permettendo finalmente la libertà e l’uguaglianza tra tutti gli uomini.
Il profitto è il guadagno del capitalista.
Il saggio di profitto serve per capire quanto guadagna rispetto a quanto ha investito: più investe e meno guadagna, più il saggio scende.
p = plusvalore (il profitto che deriva dal lavoro non pagato)
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c = capitale costante (macchine, materie prime, tecnologia…)
-
v = capitale variabile (i salari dei lavoratori)
Il profitto diviso il capitale totale investito.
Il saggio di plusvalore invece misura quanto del lavoro del lavoratore diventa guadagno per il capitalista, cioè quanta parte del lavoro non viene pagata al lavoratore.
Marx poi parla della legge della caduta tendenziale del saggio di profitto: dice che i capitalisti usano sempre più macchine e meno lavoratori, ma solo il lavoro dei lavoratori crea davvero nuovo valore. Quindi, se ci sono sempre meno lavoratori, il profitto tende a diminuire nel lungo periodo.
Grazia Galesso


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