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Arthur Schopenhauer

 

Arthur Schopenhauer


Arthur Schopenhauer è un filosofo tedesco dell’Ottocento, noto per il suo pensiero profondamente pessimista e per aver individuato nella volontà di vivere il principio fondamentale della realtà.

Il pensiero di Schopenhauer si basa su una duplice prospettiva sulla realtà. Da un lato il mondo è rappresentazione, cioè l’insieme dei fenomeni così come appaiono al soggetto conoscente. Alla domanda che cosa possiamo conoscere del mondo secondo Schopenhauer, la risposta è che possiamo conoscere solo il mondo fenomenico, perché il soggetto organizza i dati dell’esperienza attraverso tre forme a priori: spazio, tempo e causalità. Proprio per questo la dimensione della rappresentazione coincide con quella della scienza, poiché la scienza studia i fenomeni secondo leggi causali. Il suo valore conoscitivo, per il filosofo di Danzica, è quindi limitato: essa è valida per spiegare come funzionano i fenomeni, ma non permette di cogliere l’essenza profonda della realtà.

Accanto al mondo come rappresentazione, Schopenhauer parla del mondo come realtà in sé, che egli identifica con la volontà di vivere, ossia una forza irrazionale, cieca e incessante che costituisce l’essenza dell’universo. In questo modo egli supera la concezione kantiana del noumeno come inconoscibile, perché sostiene che il noumeno può essere conosciuto dall’interno: attraverso il nostro corpo, che non è solo oggetto di rappresentazione ma anche manifestazione diretta della volontà. La volontà si manifesta nell’essere umano come desiderio continuo, bisogno e impulso irrazionale, mentre nella natura si esprime come forza che muove piante, animali e fenomeni naturali. Essa è inconsapevole perché non è guidata dalla ragione né da un fine razionale e l’unico “fine” che persegue è la propria perpetuazione, cioè continuare a volere e a vivere.

Da questa concezione deriva il pessimismo di Schopenhauer. L’origine del dolore dell’esistenza risiede nella volontà di vivere, perché desiderare significa mancare di qualcosa e quindi soffrire, e anche quando un desiderio viene soddisfatto subentra la noia. Tuttavia il filosofo individua alcune vie di liberazione dal dolore. La prima è l’arte, che ha un effetto liberatorio perché permette una contemplazione disinteressata delle idee e sospende temporaneamente l’azione della volontà. La seconda è la morale, fondata sulla compassione, che consente di cogliere gli altri al di là del principio di individuazione, riconoscendo nell’altro la stessa volontà sofferente che è in noi. La forma più alta di liberazione è infine l’ascesi, che conduce alla negazione della volontà di vivere. Il nulla a cui essa conduce non è una realtà sostanziale, ma la negazione del mondo dominato dalla volontà, e rappresenta quindi la fine del dolore dell’esistenza.

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